Sono piuttosto preoccupata per una mia amica. Sua madre è affetta da demenza senile e va peggiorando sempre più. Fino a un paio di mesi fa, la malattia era abbastanza “gestibile” (se così si può dire), nel senso che la mia amica poteva continuare a lavorare sufficientemente tranquilla, dal momento che aveva assunto una badante e tutto sembrava essersi, in qualche modo, aggiustato sul precario equilibrio di una quasi normalità.
Adesso non è più così. Dopo una caduta che non ha comportato traumi fisici, dopo due mesi inutili in una clinica dove la madre della mia amica avrebbe dovuto fare riabilitazione e, invece, è stata solo tenuta a letto e sedata (la clinica era stata, è bene dirlo, “consigliata” da un’assistente sociale!), ora la signora è a casa. La mia amica si è arresa all’evidenza dei fatti: sua madre non veniva curata ed ha avuto un peggioramento significativo, in quei due mesi. Infatti ha perso quasi completamente quel poco di tonicità muscolare e la demenza senile, peraltro già in atto, è notevolmente avanzata.
La mia amica è figlia unica. Non ha – o quasi – parenti prossimi. Si sa come, in questi casi, nei casi in cui il dolore, la malattia, la difficoltà entrano nelle vite dei singoli, i parenti si facciano spesso nebbia. Alla solitudine c’è da aggiungere la difficoltà fisica di accudire una persona che, a causa della terribile malattia di cui soffre, non solo oppone una resistenza ostinata ed esasperante, ma è anche difficile da gestire sotto diversi aspetti: il peso fisico (è, praticamente, un peso morto, difficile da tirar su da sola), la mancanza di stimoli anche in presenza di un fisioterapista che la aiuta a fare i movimenti essenziali, l’ostinarsi a volere la figlia sempre accanto, 24 ore su 24. E quest’ultima cosa non è assolutamente possibile, visto che la mia amica deve andare a lavorare, perché senza lavoro (ma alle volte pur avendolo, in questi tempi) non mangia, non può pagare il fisioterapista, il mutuo di casa, le spese mediche, le due badanti che è costretta, da ora, ad avere e quant’altro.
Ovviamente, la vita privata della mia amica è quasi polverizzata. Ieri piangeva al telefono. Sono decenni (il padre le è morto più di venti anni fa) che vive questa situazione castrante, con una madre che si è progressivamente chiusa in casa, chiudendo fuori tutto il mondo tranne la televisione, una donna che è andata perdendo prima la cognizione della realtà, poi anche la mobilità (si muoveva a fatica, un pò per problemi di peso, ma soprattutto per la disabitudine a camminare). La mia amica si è trovata imprigionata, praticamente senza quasi rendersene conto, della progressiva degenerazione della madre. E prigioniera, anche, dei sensi di colpa che – maledetti siano sempre! – assorbiti da quasi tutti quelli della nostra generazione con il latte materno, ci hanno condizionato e ci condizionano anche alla nostra non più verde età.
Temo, lo confesso, per la sua salute mentale, oltre che per quella fisica. E’ esasperata e la capisco. E’ allo stremo delle forze sia fisiche che mentali. Temo si ammali anche lei. Già ha trascurato moltissimo la sua salute per seguire sua madre. Due donne sole, una il carnefice dell’altra. Non è facile.
Ci sono persone che riescono ad infischiarsi allegramente di situazioni del genere: al primo segno di “squilibrio” del parente prossimo, non esitano a rinchiuderlo in qualche struttura e non ci pensano quasi più. Ci sono altre persone che, invece, macerate dai sensi di colpa (peraltro trasmessi dallo stesso parente prossimo), non riescono nemmeno a vivere la loro vita, ma la sacrificano sull’altare della devozione e della dedizione al genitore-sanguisuga, annullandosi completamente e definitivamente.
So che sembrerò cinica nel scrivere queste cose. Non sono il tipo che abbandonerebbe i suoi genitori per fare la bella vita, chi mi conosce bene lo sa. Nel contempo, però, non approvo lo spreco della vita, l’egoismo senile, questo insensato fagocitare la giovinezza e sacrificarla sull’altare di una senescenza che non potrà mai rinverdire i fasti passati.
Sono tante le modalità attraverso le quali si compie questo “sacrificio”. Anche l’accompagnarsi con persone più giovani, l’assumere sostanze “energizzanti”, l’ostinarsi a vestire e comportarsi come se la giovinezza non fosse mai passata sono simboli inquietanti. La vecchiaia è brutta solo per chi non sa accettarla, per chi non sa vedere quello che può regalare, oltre ai dolori ed alle inevitabili difficoltà.
A questo proposito c’è uno splendido libro che andrebbe letto. E’ piuttosto difficile, perché l’autore ci pone di fronte alle nostre debolezze, alle nostre vergogne, a ciò che siamo e che diventiamo e che, talvolta, rifiutiamo di vedere ma, nel contempo, ci disvela le bellezze che accompagnano il tramonto della vita, le mille sfumature, le libertà oltre che le costrizioni inevitabili dello stato della vecchiaia. E’ un libro che, con molta difficoltà (proprio perché mi pone di fronte anche a certe mie paure), sto leggendo. Si tratta de “La forza del carattere” di James Hillman – Ed. Adelphi.
Sono in cammino attraverso le stagioni della vita. Apprezzo le bellezze del paesaggio che, via via, si compone dinnanzi ai miei occhi. L’ineguagliabile primavera, con i suoi colori così vivi, così giovani, perfetti, brillanti, definiti. La pienezza dell’estate che porta a compimento i frutti, liberandoli dall’asprezza, offrendo colori avvolgenti, splendenti, che effondono un calore ed un languore al quale mi è gradito abbandonarmi. E poi il quieto tepore dell’autunno, quei suoi marroni-rossicci così rassicuranti, quella lentezza e quella sottile consapevolezza che contiene, il rumore delle foglie sotto i passi tranquilli, l’odore di pioggia, la pacata consapevolezza che infonde… e poi l’inverno, quando sarà ora di godermi i frutti raccolti nella mia dispensa, quando lo spirito sarà libero da costrizioni sociali e civili e le rughe segneranno, sul volto e sul corpo, i percorsi fatti, le strade attraversate, le valli oscure superate…
Noi restiamo come tracce, durevoli nella nostra inconsistenza come le linee appena percettibili di una serigrafia cinese, microscopici strati di pigmento e nerofumo che, pure, sanno rendere le plastiche profondità di una faccia. Non più duraturi di una melodia appena accennata, una composizione unica di note discordi, che tuttavia continua a riecheggiare a lungo, dopo che ce ne siamo andati. Ecco, questa è la impalpabilità della nostra realtà estetica: questa vecchia, tanto cara immagine che resta e che dura.
James Hillman – “La forza del carattere”