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Il Giardino Segreto

…e se guardate bene vi accorgerete che tutto il mondo è un Giardino

rompere le cateneCi sono “malattie” (il virgolettato è d’obbligo, perchè non sono “conclamate” al pari delle malattie fisiche, visibili, ineludibili) che minano la personalità e che conducono a giochi “perversi” di distruzione ed autodistruzione. Malattie in cui le persone si avvolgono come degli involtini, ripetendo all’infinito modalità e tipologia di approccio. Giochi di potere, esercizio della propria seduttività sul prossimo…. Si può chiamarle come si crede, ma restano malattie della personalità.
Spesso, credo, diamo troppa importanza a certe cose. Andiamo a cercare spiegazioni che non servono, ci contorciamo in elucubrazioni profonde per “giustificare” e “capire”, quando non c’è nulla da giustificare ed altrettanto nulla da capire. Certa gente è malata, punto. Solo che la malattia che la affligge non è riconosciuta come tale. Ergo: non ci si pensa a curarsi. Semplicemente viene spacciata per un modo di essere.
Dottor Jeckill e Mr Hyde. Ne ho un esempio molto vicino, purtroppo.
Sto faticando non poco a cercare e mantenere la mia centratura. Sono caduta non so più quante volte. Ora mi sono stancata. La vita è una, sola, per quanto ne so e ne ho abbastanza dei teatrini “quanto-sono-brava-quanto-sono-comunicativa-quanto-sono-ricercata”. Ne ho fin sopra i capelli.
Fermo restando che non potrò più avere quel che – purtroppo! – non mi è stato dato a suo tempo (ed oggi, oramai, sarebbe anacronistico avere), devo risolvere questo “problema” con me stessa. Devo riuscire a considerare serenamente i passi da fare e farli con altrettanta serenità. Oltrepassare le barriere dell’ego ferito (il mio). Sono barriere che non hanno ragione di esistere.
C’è un malessere dell’anima, in questa persona. Profondo, ineludibile. Un malessere che si trasforma – e lei lo trasforma – in arma nei miei confronti. Devo imparare a schivare i colpi. Devo imparare a disarmarla. Devo imparare che non sono io che non vado, che non sono io che sono “fuori posto”.
Che cavolo! Sempre pronta a darmi le colpe di tutto! E’ ora di finirla.

… un pò di leggerezza
e di stupidità….
Franco Battiato 

EntusiasmoHo deciso che, per un pò, mollo alcune cime. Non ce la faccio davvero, rischio di ammalarmi, almeno dal punto di vista spirituale. Le “cime” sono le situazioni di alcune persone che si riversano nella mia vita (o tentano di riversarsi). Devo prendere assolutamente le distanze. Non sono Gesù Cristo che devo farmi necessariamente carico di tutti i dolori di questo mondo e credo che nemmeno lui, in fondo, ci sarebbe riuscito più di tanto (verrò scomunicata, già lo so, per questo!).
Ultimamente roteano intorno alla mia vita una serie di situazioni difficili. I tempi in sé sono difficili: crisi. Una sola parola che contiene una molteplicità di significati, come una matrioska. La crisi la si può intendere a diversi livelli, per tagliare la testa al famoso toro, si parla comunemente di una “crisi generale”. Investe le vite di ciascuno di noi, oltre che l’economia, la finanza, l’ordine pubblico, i valori, la morale e quant’altro sia, per così dire, compreso nel termine “generale”. La crisi è entrata quasi a sorpresa nelle nostre vite distratte. Si, distratte, perchè i sintomi c’erano e avremmo potuto intervenire per tempo, ma abbiamo deciso di ignorare. Troppo bello, troppo “favoloso” il “vivere alla grande” come abbiamo fatto per tanti – troppi – anni. E’ parso tutto possibile, soprattutto è parso che anche quelli che non avevano potevano, in qualche modo, godere di una briciola di opulenza. L’illusione è durata un paio (o forse qualcosina di più) di decenni. E’ durata anche troppo. Improvvisamente tutto il fantasmagorico castello di carta velina è venuto giù con esiti peggiori di quelli delle Torri Gemelle. La realtà è ben altra e noi siamo, diciamocelo francamente, inadeguati. Impreparati, soprattutto. Incapaci di applicare e declinare il termine “sacrificio”. Che non significa necessariamente suicidio. Significa cercare con ostinata disperazione la luce nelle tenebre, inventandosi una vita, un lavoro, un modo per andare avanti. Quelli delle generazioni che hanno preceduto la mia, ben conoscevano il termine “sacrificio”. Era il leit motiv delle loro vite, funestate dalla guerra. Nessuno di noi e delle nuove generazioni sa cosa vuol dire la guerra per un paese. Non riusciamo nemmeno ad immaginarcelo e, fra poco, non avremo nemmeno più chi potrà – ancora una volta – raccontarcelo. I vecchi stanno allontanandosi portando con loro queste vite sacrificate, che noi abbiamo disprezzato, ma con le quali, ora, dobbiamo fare i conti.
Le generazioni precedenti alla mia possono insegnare molto ancora. La loro lezione è sempre attuale, basta saperla ascoltare. E dovremmo ascoltarla, ora più che mai. Ora che un altro genere di sacrifici toccano a noi. Emotivamente, spiritualmente, psicologicamente “loro” erano molto ma molto più preparati, più duri, più ostinati, più ricchi di speranza nel futuro e meno avari di sorrisi rispetto a noi. Noi siamo i figli del benessere, non sappiamo cosa vuol dire saltare i pasti, mangiare avanzi, stringere la cinta (soprattutto perchè si è dimagriti a causa della mancanza di cibo).
Noi abbiamo i supermercati pieni di roba, persino troppo pieni. Mi aggiro sempre con grande stupore tra i banchi dei supermercati: c’è di tutto, anche cose che non si sa esattamente a cosa servono. E sembra che tutto sia utile… potenza della psicologia delle vendite! Quello che ci serve non è in vendita tra le paccottiglie del supermercato. Quello che ci serve è nascosto dentro di noi e comporta un viaggio di ricerca doloroso ma estremamente gratificante, perchè questo è il viaggio che potrebbe darci la forza per uscire da tutto questo pasticcio oscuro.
Sto, in parte, divagando ma non più di tanto, in fondo. E’ questo che sto facendo, questo viaggio dentro di me. E per farlo devo necessariamente “allontanarmi” da una serie di situazioni vischiose e pesanti che sono piovute e che piovono quotidianamente nella mia vita. Devo prendere le distanze dal dolore degli altri. Non posso né, peraltro, voglio caricarmi dei loro fardelli.
Chi si prenderà la responsabilità della mancata realizzazione della mia vita? Non credo che il Padreterno, “quel” giorno, mi darà una gran pacca sulle spalle e un posto in prima fila in Paradiso perchè ho annullato la mia vita per sobbarcarmi il dolore e i problemi altrui. Credo, invece, che la prima cosa che farà sarà proprio quella di chiedermi conto di questo dono così prezioso che è la vita: come l’ho impiegato? Come l’ho apprezzato?
E’ un pò la storia dei talenti, in fondo, che tanto “storiella” non è. Chi nasconde i propri talenti sotto terra e non li mette a frutto, difficilmente sarà ricompensato.
Per quel che mi consta, voglio essere ciò che sono. Con tenacia e grinta. Voglio continuare a credere che la vita non sia solo dolore e rassegnazione, ma che sia soprattutto bellezza ed entusiasmo. Chi si piange addosso ha già perduto in partenza. E’ ora di bruciare i “mantelli oscuri” della depressione degli altri, di tutti quelli che non vogliono vedere e preferiscono rovesciare sulle spalle altrui la loro inadeguatezza, di tutti quelli che, un pò, vivono “a strascico”.

in vino veritasSono fragile. Lo dico con orgoglio. Fa parte della mia forza, questa fragilità che, ultimamente, è spesso messa alla prova. Me ne rendo conto, di questa mia fragilità, e la rispetto. Ho imparato a dire a me stessa “basta”, a fermarmi, a non farmi coinvolgere più come un tempo. So esattamente cos’è, questa mia fragilità. E’ quello che fa umani tutti quanti, in fondo. E’ un insieme di paure, di stanchezza, di istinto di conservazione.
Non è un periodo facile, questo, per molte delle persone alle quali sono affezionata. In questi giorni l’orizzonte è stato funestato da incidenti, lutti inaspettati (ma, poi, quando un lutto è aspettato, in fondo?), situazioni al limite della follìa. Come se qualcuno avesse deciso di premere fino in fondo il piede sull’acceleratore di un ipotetico veicolo, senza curarsi dei disastri, dei possibili incidenti, delle conseguenze per le persone che in quel veicolo viaggiavano.
E’ la vita, dicono quasi tutti. C’è una sorta di resa rassegnata in queste parole. Come se, alla fin fine, noi umani dovessimo inevitabilmente soccombere e soggiacere a tante, troppe cose che non riusciamo a controllare. Almeno non riusciamo a controllare con l’arroganza che ci è familiare. Forse è proprio questa rassegnazione che spinge altri, invece, ad una rapacità e ad una voracità senza limiti. Quasi disperata. Come se non bastasse il tempo o non bastasse la vita o non bastassero le cose della vita.
Ed in tutto questo c’è tutta la disperata fragilità di essere umani. Non sappiamo perché siamo qui, in questi corpi così forti eppure così deboli; non sappiamo dove stiamo andando, come “finiremo” e perché; non sappiamo nulla all’infuori di esserci, per caso o per follìa. E dobbiamo decidere che farcene di noi stessi e di questa “cosa” chiamata vita. Non è facile. Facile è dire tante belle parole messe in fila, pensieri di pensieri di chissà chi, illuminazioni forse. Meno facile è dare un senso a tutto e restare sani di mente e di spirito.
C’è disparità, in questo mondo. C’è troppo dolore, ma anche troppa gioia; ci sono troppi soldi, ma anche troppa miseria; c’è troppa salute ma anche troppa malattia; c’è troppa stupidità, ma anche troppa intelligenza. La bilancia è perennemente squilibrata, impazzita, illogica. E molti dicono che saremo giudicati per le scelte che, in questa sorta di roulette russa, facciamo. Come se fosse facile scegliere, buttarsi, tuffarsi, accada quel che accada. Ma cos’è giusto? Cos’è sbagliato? Cos’è “santo”? Cos’è “dannato”? A me sembrano tutti concetti così astratti da essere fuori dalla realtà.
Chi legge non faccia caso agli sproloqui. Colpa di un filetto al pepe verde e di qualche bicchiere di buon rosso… In vino veritas…

Violenza sulle donneE’ un tempo strano, questo. Meteorologicamente parlando. Caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo. La mattina c’è un’arietta piacevole che invoglia a camminare a passo spedito. Nel primo pomeriggio, invece, il caldo diventa, a volte, persino fastidioso. E poi non parliamo quando i bus sono pieni e l’aria condizionata non funziona….
E’ un tempo strano. E violento. Gente che si suicida per le difficoltà economiche (quasi un morto al giorno) e donne che vengono anch’esse uccise, violate, maltrattate (e sono, forse, più di una al giorno). Nel caso di queste ultime i giornali parlano di “emergenza”. Una parola che suona strana, in questa società di machismo più o meno latente, dove l’uomo, per affermare se stesso e coprire le sue insicurezze, invece di ricorrere ad una sana autoanalisi, preferisce picchiare, violentare, uccidere la moglie/compagna/figlia che sia. Uomini disadattati che poi, alla fine, tentano il suicidio spesso senza nemmeno riuscirci.
Emergenza, la chiamano i giornali. Tragedia quotidiana. Non siamo tanto diversi da quelli che amiamo criticare, dopotutto (musulmani e quant’altri). In fondo anche per gli uomini dell’Occidente la donna è, fondamentalmente, un corpo. Basta vedere quanta bava provocano le storie delle varie Belen, quanto cliccati sono certi video su youtube. Un corpo, ecco cosa siamo, in fondo, noi donne. Raramente ci si riconosce l’uso del cervello. E, maldestramente, alcune di noi si prestano a questa fustigazione, a questa continua, incessante mercificazione. E, queste si!, ce le fanno pure passare per “furbe”, per “intelligenti”… i “soliti” uomini. Le compatisco molto, queste donne, incapaci di resistere alla sirena del “piacere a tutti i costi” agli uomini.
E’ un pericoloso gioco, questo, che rende sempre più incerti i confini tra la vittima e il carnefice, nel caso si tratti di stellette e stelline di questo mesto e scadente panorama dell’italico spettacolo. E’ pericoloso perché chi tenta di “riprodurlo” nella vita di tutti i giorni, se il “gioco” non funziona, è pronto persino ad uccidere, barricandosi dietro inconsistenti scuse di gelosia, di follia temporanea e quant’altro. Perché questi uomini, questi assassini, non sanno e non vogliono nemmeno prendersi la responsabilità di quello che hanno fatto. Vorrebbero farla franca, passarla liscia: in fin dei conti, che male hanno mai compiuto? Erano folli d’amore e di gelosia. Folli. Parola emblematica. Il folle non è in sé. E, dunque, questi uomini non sono in sé. Vagano per il loro mondo circoscritto e inventato, fatto di donne disponibili e prone ai loro voleri, pena la morte. Un pò come succede tra i talebani, in fondo, quelli contro i quali missioni pagate profumatamente stanno combattendo.
I talebani li abbiamo in casa: criticano le “loro” donne per un orlo più corto, una scollatura un pò più provocante e poi guardano film hard alla televisione, dicono e scrivono cose da far arrossire su quel che farebbero a certe soubrette (è strano, ma mi viene sempre in mente ‘sta Belen…). Maschi repressi e prepotenti, incapaci di parlare, sanno solo urlare, picchiare, uccidere. Non accettano. Non vogliono. Sono i padroni. A qualunque latitudine. La donna non deve obiettare, non deve pensare, non deve provare ad essere.
Le vicende di questi tempi così duri e difficili, così ingiusti, pieni di mezze cartucce di esseri umani a tutti i livelli, mi rattristano. Ho notato che, progressivamente, quasi impercettibilmente, mi sono un pò ritirata dal “mondo”. Autoconservazione. La rabbia mi fa male ed io ci tengo a me stessa, alla mia salute, alla vita. Non tollererò le ingiustizie che mi dovessero capitare, ma non posso farmi carico della durezza dei tempi. Voglio vivere. Credo che il più grande peccato che potrei commettere sarebbe proprio quello di non vivere pienamente il tempo che mi è stato concesso.

Le scarpe di Simonetta Cesaroni sul luogo del delittoVorrei anche io avere le loro certezze, le certezze di coloro che sostengono, senza colpo ferire, senza tentennamento alcuno, che Raniero Busco è innocente. Io conservo i miei dubbi perché, comunque, c’è di mezzo una ragazza morta troppo presto in modo orribile ventidue anni fa. Invidio la sicurezza di chi ha emesso la sentenza, il verdetto che pare essere senza ombra alcuna sull’innocenza di Busco. Non perché lui sia necessariamente colpevole, quanto, piuttosto, perché c’è stato un “prima” in cui è stato condannato a 24 anni ed un adesso, in cui è stato completamente assolto “per non aver commesso il fatto”. In mezzo io ho un sacco di dubbi e di domande e di incertezze. Come può accadere che ci si “sbagli” di tanto? Come può succedere che prima si emetta una condanna a 24 anni, con tanto – penso io – di prove a carico di una certa gravità e piuttosto circostanziate e poi, improvvisamente, tutto questo quadro accusatorio si rivolta a tal punto da proclamare, all’opposto, l’innocenza piena?
Beninteso, non sono per la condanna a tutti i costi di qualcuno. Ho sempre creduto e sostenuto che bisogna cercare “il” colpevole e non “un” colpevole. Non si deve assolutamente dare in pasto, al popolo “affamato” di giustizia, qualcuno solo per tacitarne le grida. Detesto i capri espiatori e gli agnelli sacrificali, credo siano due specie inutili. Pericolosamente inutili. Però i miei “bravi” dubbi su Busco continuo ad averli e questo improvviso ribaltone, paradossalmente, me li conferma più che cancellarli.
La vita di Simonetta è stata spolpata, vivisezionata, analizzata impietosamente. Di lei è stato detto tutto o quasi tutto, dandolo in pasto alla morbosa curiosità di quel “popolo” assetato di giustizia che ha seguito questo caso. Si è parlato delle sue lettere, si sono lette le sue lettere; si sono fatte perizie e controperizie su un morso (o non era un morso?) ritrovato sul suo seno al momento dell’autopsia. Il suo corpo, violato e oramai inerte, ha continuato ad essere esposto mediaticamente attraverso le parole, oltre che nelle foto. E’ come se questa povera ragazza fosse stata uccisa centinaia di volte, ripetendo una sorta di rito, quasi. Non si è avuta gran pietà di Simonetta e dei suoi dubbi su Raniero Busco. Ragazzate, si è detto. Si è scritto. Quelle righe sofferte scritte da una giovane donna di venti anni appena erano e sono, dunque, solo ragazzate. Perché i giudizi vengono estesi al passato, oltre che al presente.
Simonetta è morta ventidue anni fa e Raniero Busco è stato dichiarato innocente dopo essere stato dichiarato, altresì, colpevole e condanno a 24 anni di carcere. Lui potrà tornare alla sua famiglia, ai suoi amici, ai suoi figli (che tutti, indefettibilmente e con invidiabile sicurezza, hanno creduto e credono nella sua innocenza). Simonetta rimarrà senza giustizia ancora una volta. Nessun colpevole. Inutile cercare affannosamente in giro per distribuire una parte della “colpa” della sua morte o della mancata cattura di un assassino. Io mi permetto di conservare i miei dubbi, l’assassino potremmo averlo sempre avuto sotto gli occhi, forse. Il punto più buio è spesso – tragicamente spesso – sotto il lampione, ben illuminato, in apparenza. Potremmo averlo persino assolto, l’assassino, o non averlo nemmeno mai sfiorato dal dubbio e da un’inchiesta. I miei dubbi li conservo. Non ho la incrollabile certezza di quelli che, ieri, hanno applaudito alla sentenza di assoluzione dei giudici. Ritengo che si possa uccidere e, proprio perché l’assassinio, specie perpetrato in modo così terribile, è traumatizzante spesso anche per chi lo commette, si può rimuoverne il ricordo. L’omicidio di Cogne docet.
Li conservo tutti i miei dubbi e la mia pietà nel ricordo di Simonetta Cesaroni è ancora più forte, più grande. Per quel corpo martoriato ed esposto, per quella vita squadernata come se fosse uno straccio venduto ad un mercato rionale. Senza giustizia, senza colpevole. Senza pietà né, figuriamoci, un grammo di pudore.
Io conservo i miei dubbi, in nome anche di quelle parole così sofferte, scritte da una ragazza di vent’anni appena, che aveva tutta la vita davanti e che sperava di viverla piena di quell’amore che le veniva così drammaticamente e brutalmente negato. Forse, chissà, dalla stessa persona alla quale l’aveva chiesto. Quella stessa persona che la usava, usava il suo corpo, senza pietà alcuna per i suoi sentimenti. In fondo anche questo è un pò uccidere. Ma per questo omicidio non c’è condanna. E’, dicono, la vita.

Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire, 
spendere tutti i tuoi giorni passati se così presto hai dovuto partire, se presto hai dovuto partire… 
Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, 
voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi…
Francesco Guccini – “In morte di S.F.”

Viale del tramontoSono piuttosto preoccupata per una mia amica. Sua madre è affetta da demenza senile e va peggiorando sempre più. Fino a un paio di mesi fa, la malattia era abbastanza “gestibile” (se così si può dire), nel senso che la mia amica poteva continuare a lavorare sufficientemente tranquilla, dal momento che aveva assunto una badante e tutto sembrava essersi, in qualche modo, aggiustato sul precario equilibrio di una quasi normalità.
Adesso non è più così. Dopo una caduta che non ha comportato traumi fisici, dopo due mesi inutili in una clinica dove la madre della mia amica avrebbe dovuto fare riabilitazione e, invece, è stata solo tenuta a letto e sedata (la clinica era stata, è bene dirlo, “consigliata” da un’assistente sociale!), ora la signora è a casa. La mia amica si è arresa all’evidenza dei fatti: sua madre non veniva curata ed ha avuto un peggioramento significativo, in quei due mesi. Infatti ha perso quasi completamente quel poco di tonicità muscolare e la demenza senile, peraltro già in atto, è notevolmente avanzata.
La mia amica è figlia unica. Non ha – o quasi – parenti prossimi. Si sa come, in questi casi, nei casi in cui il dolore, la malattia, la difficoltà entrano nelle vite dei singoli, i parenti si facciano spesso nebbia. Alla solitudine c’è da aggiungere la difficoltà fisica di accudire una persona che, a causa della terribile malattia di cui soffre, non solo oppone una resistenza ostinata ed esasperante, ma è anche difficile da gestire sotto diversi aspetti: il peso fisico (è, praticamente, un peso morto, difficile da tirar su da sola), la mancanza di stimoli anche in presenza di un fisioterapista che la aiuta a fare i movimenti essenziali, l’ostinarsi a volere la figlia sempre accanto, 24 ore su 24. E quest’ultima cosa non è assolutamente possibile, visto che la mia amica deve andare a lavorare, perché senza lavoro (ma alle volte pur avendolo, in questi tempi) non mangia, non può pagare il fisioterapista, il mutuo di casa, le spese mediche, le due badanti che è costretta, da ora, ad avere e quant’altro.
Ovviamente, la vita privata della mia amica è quasi polverizzata. Ieri piangeva al telefono. Sono decenni (il padre le è morto più di venti anni fa) che vive questa situazione castrante, con una madre che si è progressivamente chiusa in casa, chiudendo fuori tutto il mondo tranne la televisione, una donna che è andata perdendo prima la cognizione della realtà, poi anche la mobilità (si muoveva a fatica, un pò per problemi di peso, ma soprattutto per la disabitudine a camminare).  La mia amica si è trovata imprigionata, praticamente senza quasi rendersene conto, della progressiva degenerazione della madre. E prigioniera, anche, dei sensi di colpa che – maledetti siano sempre! – assorbiti da quasi tutti quelli della nostra generazione con il latte materno, ci hanno condizionato e ci condizionano anche alla nostra non più verde età.
Temo, lo confesso, per la sua salute mentale, oltre che per quella fisica. E’ esasperata e la capisco. E’ allo stremo delle forze sia fisiche che mentali. Temo si ammali anche lei. Già ha trascurato moltissimo la sua salute per seguire sua madre. Due donne sole, una il carnefice dell’altra. Non è facile.
Ci sono persone che riescono ad infischiarsi allegramente di situazioni del genere: al primo segno di “squilibrio” del parente prossimo, non esitano a rinchiuderlo in qualche struttura e non ci pensano quasi più. Ci sono altre persone che, invece, macerate dai sensi di colpa (peraltro trasmessi dallo stesso parente prossimo), non riescono nemmeno a vivere la loro vita, ma la sacrificano sull’altare della devozione e della dedizione al genitore-sanguisuga, annullandosi completamente e definitivamente.
So che sembrerò cinica nel scrivere queste cose. Non sono il tipo che abbandonerebbe i suoi genitori per fare la bella vita, chi mi conosce bene lo sa. Nel contempo, però, non approvo lo spreco della vita, l’egoismo senile, questo insensato fagocitare la giovinezza e sacrificarla sull’altare di una senescenza che non potrà mai rinverdire i fasti passati.
Sono tante le modalità attraverso le quali si compie questo “sacrificio”. Anche l’accompagnarsi con persone più giovani, l’assumere sostanze “energizzanti”, l’ostinarsi a vestire e comportarsi come se la giovinezza non fosse mai passata sono simboli inquietanti. La vecchiaia è brutta solo per chi non sa accettarla, per chi non sa vedere quello che può regalare, oltre ai dolori ed alle inevitabili difficoltà.
A questo proposito c’è uno splendido libro che andrebbe letto. E’ piuttosto difficile, perché l’autore ci pone di fronte alle nostre debolezze, alle nostre vergogne, a ciò che siamo e che diventiamo e che, talvolta, rifiutiamo di vedere ma, nel contempo, ci disvela le bellezze che accompagnano il tramonto della vita, le mille sfumature, le libertà oltre che le costrizioni inevitabili dello stato della vecchiaia. E’ un libro che, con molta difficoltà (proprio perché mi pone di fronte anche a certe mie paure), sto leggendo. Si tratta de “La forza del carattere” di James Hillman – Ed. Adelphi.
Sono in cammino attraverso le stagioni della vita. Apprezzo le bellezze del paesaggio che, via via, si compone dinnanzi ai miei occhi.  L’ineguagliabile primavera, con i suoi colori così vivi, così giovani, perfetti, brillanti, definiti. La pienezza dell’estate che porta a compimento i frutti, liberandoli dall’asprezza, offrendo colori avvolgenti, splendenti, che effondono un calore ed un languore al quale mi è gradito abbandonarmi. E poi il quieto tepore dell’autunno, quei suoi marroni-rossicci così rassicuranti, quella lentezza e quella sottile consapevolezza che contiene, il rumore delle foglie sotto i passi tranquilli, l’odore di pioggia, la pacata consapevolezza che infonde… e poi l’inverno, quando sarà ora di godermi i frutti raccolti nella mia dispensa, quando lo spirito sarà libero da costrizioni sociali e civili e le rughe segneranno, sul volto e sul corpo, i percorsi fatti, le strade attraversate, le valli oscure superate…

Noi restiamo come tracce, durevoli nella nostra inconsistenza come le linee appena percettibili di una serigrafia cinese, microscopici strati di pigmento e nerofumo che, pure, sanno rendere le plastiche profondità di una faccia. Non più duraturi di una melodia appena accennata, una composizione unica di note discordi, che tuttavia continua a riecheggiare a lungo, dopo che ce ne siamo andati. Ecco, questa è la impalpabilità della nostra realtà estetica: questa vecchia, tanto cara immagine che resta e che dura.
James Hillman  – “La forza del carattere” 

 

In questi tempi di crisi, di suicidi, di difficoltà, di depressione sembra che l’unico pensiero che debba interessare noi poveri disgraziati, munti come mucche d’allevamento, sia quello che fa la Belèn di turno. Immancabilmente, accanto all’algido presidente del consiglio, che ha il carisma di Robocop, compare Belèn (o chi per lei, tanto ‘ste qui le sostituisci l’una all’altra ed è la stessa, misera, pappa) in tutte le sue forme e manifestazioni.
Beninteso non ce l’ho con le protagoniste femminili (e ce ne sono anche maschili) di questi teatrini della decadenza. Ognuno fa il mestiere per il quale si sente portato/a o quello che riesce a trovare. Ciascuno ne risponde alla sua coscienza. Mi infastidisce questo considerare il pubblico (tutto il pubblico) dei beoti, narcotizzati e narcotizzabili da tutta la spazzatura che si riesce a raccattare. Non è questione di “leggerezza”, di alleggerire la testa e la vita grama con ‘ste storielle che dovrebbero rimpiazzare le ben più antiche favolette olimpiche. Non credo sia questo l’intento di questi personaggi e di chi sta loro dietro. L’intento penso sia, in buona sostanza, quello di profittare proprio del desiderio di svago e della credulità dei più per raccogliere pecunia.
Che l’umanità abbia bisogno di sognare un pò, di romanticismo, di amore e quant’altro, è risaputo fin dall’antichità. Ma c’è differenza tra chi offre una favola ed una storia che “tenga compagnia” per un pò e chi, invece, confeziona e/o si offre a tavolino pur di guadagnare, incurante delle illusioni e delle conseguenti delusioni che procura.
In tempi di crisi queste cose sembrano proliferare di più, si infilano tra le righe che parlano di spread, di disoccupazione, sgomitano tra le storie di quotidiana disperazione, fanno brillare i loro lustrini tra una protesta e l’ennesimo suicidio, ammiccano tra gli ammonimenti del governo e la fatica della gente. Ma è una pessima illusione. E’ l’illusione dello squalo. Lo squalo deve mangiare pure lui e lo fa, spesso, a discapito di altri. Questa gente esiste solo perché c’è qualcuno che, morbosamente, si interessa alle sue storie, vere o false che siano. Questa gente esiste perché ci sono persone che comprano certi giornali e guardano certe trasmissioni. Surrogati di attori e di attrici. Surrogati di antiche divinità delle quali mai saranno all’altezza, troppo prosaici, volgari e sciatti.
Credo che abbiamo, noialtri, più bisogno di rispetto. Non è vero che ingoiamo tutto. Non è vero che il bisogno di sognare ci depriva della capacità di giudicare e capire e comprendere e, soprattutto, scegliere.
Che tristezza, la decadenza anche nelle favole!

SilenzioIl mio pensiero, in questi giorni, va inevitabilmente a chi è vittima di questa crisi provocata dal mal governo, dalla “allegra” (ed è un eufemismo) gestione della cosa pubblica, dagli istituti finanziari – in prima linea le banche, voraci quanto Erisittone (un mito veramente istruttivo per lor signori…) – nonché dalla tutta italica superficialità.
Sono sconcertata dalla quantità di suicidi che, ogni giorno, punteggiano la cronaca, già di per sé funerea, di questa crisi. Oggi, en passant, ho letto che Monti parla, in tutta sostanza, di suicidi che hanno evitato il default all’Italia. Ma di questi suicidi qualcuno è responsabile. Non si può dare sempre e soltanto la colpa alla crisi. La crisi l’hanno provoca degli umani e, non, come continuano a cantilenare certuni, solo i mercati.
E, poi, onestamente quella di Monti è un’affermazione enorme, sconcertante: lo stato come un Moloch sanguinario che esige vittime per placare la sua ira… Ma siamo nel 2012 d.C. oppure a.C.? Credo che questi esponenti di questo “governo tecnico”, non eletti da alcuno di noi ma – sic dicunt – superqualificati, esponenti dell’economia della Bocconi e quant’altro, debbano imparare a misurare le parole che dicono in pubblico.
Le parole sono importanti. Hanno un loro peso, una loro valenza, tanto più se pronunciate in tempi così grami, drammatici, tristi. Bisogna calibrare esattamente quel che si dice coram populo, perchè se si può perdonare qualche strafalcione e l’esagerazione al popolano incolto, alle persone che hanno poca o nulla responsabilità nell’andamento della cosa pubblica, altrettanto non si può fare nei confronti di coloro che sono deputati alla direzione del Paese. Da costoro io personalmente non accetto errori, non accetto iperboli sgradevoli, non accetto la mancanza di misura. Ed i ministri di questo “governo tecnico” hanno finora dato prova di scarsa diplomazia, per quel che riguarda le parole. Un adagio antico ma mai fuori moda recita: “un bel tacer non fu mai detto”. La squadra bocconiana che sta spolpando l’Italia (peraltro in questo aiutata da chi l’ha preceduta, ovviamente!) sta dando prova di una tendenza alla logorrea incontrollata. E se questo non era tollerabile in personaggi di “altra levatura”, persone che, comunque, con la politica e la tecnica avevano ed hanno poca dimestichezza, con “i professori” è inammissibile che avvenga.
Mi pare che tutti i parlamentari dell’ancien regime siano al loro comodo posto. Se non sono tutti lì, ci sono la maggior parte di loro. Mi pare che le misure che potrebbero maggiormente contribuire a risanare il debito pubblico non siano state sostanzialmente adottate, ma si è deciso – al solito! – di gravare sulle spalle dei “soliti noti”, i contribuenti con busta paga trasparente, gli anziani con la pensioncina raggranellata durante anni di onesto lavoro, i disgraziati perchè la vita non è stata e non è tenera con loro. I patrimoni importanti resteranno, mi par di capire, sostanzialmente integri. I contributi ai partiti, per carità di Dio!, non si toccano. Le rendite di quella pletora di mangiapane a tradimento che sono i nostri – ahinoi! – parlamentari nemmeno. Non si riescono a mettere in atto i sistemi (che ci sono) per stanare e punire i G.E.F. (Grandi Evasori Fiscali) e per costringerli a pagare il dovuto e il pregresso.
Abbiamo solo più tasse, più disoccupazione, più disperazione, meno consumi, meno risparmi e, purtroppo, più suicidi.

E’ passata anche questa Pasqua. Il tempo sta facendo i capricci, un pò come l’umore. Sembra che entrambi seguano regole proprie. Siamo stati dai miei. Niente uovo di cioccolata, solo una fetta di colomba, di quella buona, artigianale. E, ovviamente, un pò di “sane” e “familiari” discussioni. Oramai ci sono quasi rassegnata. Ovviamente nessuno dei miei consanguinei è a conoscenza del periodo difficile che sto attraversando. Non capirebbero (non l’hanno fatto in passato, ora non è cambiato niente), non possono capire. Per cui alle mie difficoltà personali, a questo percorso aspro dentro me stessa, si è andata ad aggiungere l’ennesima, sterile discussione sul parentado.
Onestamente non me la prendo più come una volta (la maturità, evidentemente, ha maturato qualche frutto!). Mi limito solamente a mantenere il punto, a non farmi convincere all’ennesima “festa parentale” alla quale non ho la benché minima voglia di partecipare, visti i risultati che – finora – ha prodotti. Ci sono parenti che non desidero vedere almeno quanto loro non desiderano vedere me. Non mi hanno mai considerata, la presenza mia e del mio compagno è sempre stata più un’assenza che una presenza: a loro non interessa che ci siamo, interessa – è sempre interessata! – la presenza di mia sorella. L’ultimo, sgradevole e sofferto, episodio è stato in occasione del compleanno di mia madre, dicembre scorso.
Ora non ho proprio voglia di ripetere. Non ho voglia di prestare il fianco a qualcosa che mi fa male. Credo sia più che logico. Ovviamente sono stata – e nemmeno tanto velatamente – accusata di essere una visionaria, di aver immaginato tutto, di immaginare tutto. Ovviamente. Una canzone che si ripete da anni, oramai, trita e ritrita. Sono poche le variazioni sul tema. Meglio lasciar perdere.
Ma sono stanca. Stanca di dover ripetere sempre le stesse cose, o di dover – in alternativa – “mentire a fin di bene” (si dice così?). Arriva un momento che anche il più consumato degli attori ha voglia di lasciare ad altri le polverose assi del palcoscenico. Specie se ha ben altro da pensare e non ha dimostrazioni da dare. Non devo dimostrare niente a nessuno, non più: i vantaggi del cammino di maturità che sto faticosamente (e dolorosamente) percorrendo. Ma ciò non toglie che sono stanca.
Stasera il mio umore è alquanto fiacco. Siamo usciti per acquistare un paio di scarpe per me, dal momento che dovrò mettere i plantari (già fatti) e che questi ultimi non entrano in nessuna delle scarpe che ho. Fortunatamente abbiamo trovato un paio di mocassini abbastanza gradevoli ad un prezzo congruo. Quando si portano i plantari non si può pretendere di avere le scarpe che piacciono al 100%: ci si deve “accontentare” di un compromesso. Ci sono scarpe che bisogna evitare di “sognare”. Forse in questo gli uomini sono più “fortunati”. Comunque sono riuscita a trovare un paio di scarpe che non sembrano quelle da “suora”. Ho ancora un pò di orgoglio con il quale fare i conti.
Volevo anche tagliare le mie “folte” chiome, ma la parrucchiera si è ammalata (influenza intestinale), per cui dovrò per forza rimandare alla prossima settimana. Giovedì penserò alla fisioterapia, perché domani ho yoga che, forse, nel mio attuale stato mentale, non può che farmi bene.
In ufficio è la debàcle (spero si scriva così) assoluta. Una collega ha chiesto il trasferimento, un altro sta mollando il lavoro a destra e a manca poiché, probabilmente, “qualcuno” deve avergli promesso una fulminea e luminosa carriera. Un’altra ha il figlio in carcere ed è più di un anno che non è affidabile nel lavoro. Il mio collega ha problemi di famiglia (la moglie ha dovuto subire una brutta operazione ed è reduce da un attacco di epilessia). Tutti noi abbiamo un pò perso la voglia di darci da fare. Sembra la nave dei folli: completamente abbandonata a se stessa. Non è un problema mio, non ho il “potere” di cambiare le cose o di disporle diversamente. Che grande, grandissimo, incommensurabile spreco, però! E quanta altrettanta amarezza…

fugaNon è un buon periodo, questo. Tutt’altro. Inutile far finta di nulla. Una notte oscura. Non vedo ancora luce, sulla mia strada. Ed anche chi mi sta intorno non se la passa un granché bene. E’ come se un morbo infetto fosse dilagato tutto intorno. Avverto malessere fuori e dentro di me. Un malessere sottile ed indefinibile e per questo ancora più subdolo e pericoloso.
Vado avanti, questo è vero, ma faccio molta fatica.
Poco fa ho sentito una mia amica, la cui madre è caduta ed è stata ricoverata prima in ospedale e poi – su consiglio di una “zelante” e cosiddetta assistente sociale – in un ospedale a lunga degenza, in quanto affetta da parziale demenza senile. Questa donna avrebbe dovuto fare un pò di fisioterapia riabilitativa, in quanto, prima della caduta, si muoveva per casa, anche se non usciva per il quartiere. Invece è stata letteralmente abbandonata nel letto dal 21 marzo, con il risultato di aver perso il tono muscolare e di non riuscire più a muoversi. La mia amica è figlia unica e lavora fino alle 17.00, per cui si sta letteralmente consumando in parte andando tutti i giorni su e giù tra il lavoro, la clinica e casa ed in parte con ‘sti stramaledetti sensi di colpa. Sembra sempre che non si faccia mai abbastanza, che non ci si punisca mai a sufficienza. L’ho sentita piangere per telefono, la mia amica, e mi è salita su la rabbia. Rabbia nei confronti di questa società fatta di truffatori da quattro soldi, di gente che non sa e non vuole lavorare bene, di gente che non può lavorare perché il posto che le spetterebbe è stato assegnato a qualche imbecille incapace ma ben ammanicato.
Non ne abbiamo abbastanza, evidentemente. Siamo un popolo privo di dignità e indegno di rispetto. C’è una disperazione palpabile, in giro, vischiosa. Un disagio diffuso. C’è gente che si suicida perché non ce la fa più con i debiti e con la vita. Paghiamo peccati che la maggior parte di noi non ha commesso, debiti che non abbiamo contratto, sbagli che non abbiamo fatto. La sensazione è quella di essere carne da macello. Terribile.
Insomma non va. Il manto nero è ancora così pesante… Faccio una fatica terribile ad andare avanti cercando di non mollare tutto. Mi aggrappo ad ogni cosa: al momento, al rituale di gettare cose che non servono, allo yoga, alle tisane calmanti. Anche alla fede, al mio compagno… Non ho mai vissuto, in vita mia, un periodo del genere. Sono spaventata e, nel contempo, disperata e arrabbiata. Ho paura, mi sento smarrita, stanca, demotivata. Non capisco che mi sta accadendo e non so se mi servirebbe a qualcosa capirlo.
Domenica è Pasqua. Vorrei alzare le braccia ed arrendermi. Dire: fate di me quello che volete, ne ho abbastanza. Avrei voglia di piangere ma non mi escono lacrime. Non riesco nemmeno a piangere, buffo, vero? Non riesco più a sperare. Non riesco più a trovare stimoli, a guardare oltre. Vado avanti per abitudine e basta. Giorno dopo giorno.
Vorrei chiedere aiuto, ma non so a chi e non so se qualcuno potrebbe aiutarmi. Ho la testa che sembra un frullatore… E se me ne andassi? Sarebbe una fuga? E se pure fosse, è così grave?