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Il Giardino Segreto

…e se guardate bene vi accorgerete che tutto il mondo è un Giardino

Stamane sono a casa a curare i postumi di un intervento dentistico. Ieri sera ho passato un’ora e mezza a bocca aperta ad ascoltare rumori strani senza poter vedere che cavolo stava accadendo. Pare che i miei denti – almeno secondo quello che ha detto il chirurgo – non siano riusciti a uscire completamente quando dovevano. Un bel pò di dente se ne è rimasto a poltrire all’interno della gengiva la quale, a sua volta, ha formato delle sacche che hanno finito per irritarsi. Insomma un pò di problemi che, alla lunga, avrebbero potuto degenerare  piuttosto seriamente.
Ora sono a casa, con un bel pò di punti in bocca. Se parlo mi sembro Sir Biss del famoso cartone animato Robin Hood, spero sia solo un inconveniente passeggero. Dovrò farne altri cinque, di questi interventi, dilazionati fino a giugno. Un salasso, dal punto di vista economico… pazienza. Si tratta della mia salute. Nel frattempo mi “nutro” di antibiotici (quando servono bisogna prenderli, malgrado io sia piuttosto contraria), yogurt, gelato e succhi di frutta.
Stamane pensavo al collegamento tra questo “problema” e la mia aggressività repressa. Pensavo che è piuttosto suggestivo pensare che il fatto che i miei denti si siano “rifiutati” di crescere perchè, magari, mi è stato insegnato a non manifestare, a reprimere l’istintività, l’aggressività (che non è sempre necessariamente negativa). Del resto gli animali, quando vogliono minacciare un rivale o un nemico, gli mostrano i denti o le zanne. Forse è ora che cominci a farlo anche io? :-)

Ho un nuovo capo, da dicembre. Non è che le cose siano cambiate, se mai sono ulteriormente peggiorate. Il nuovo capo è un sindacalista e non sembra avere molto tempo da dedicare al lavoro. Non è solo questo il problema. Altro problema è la sua totale e “tragica” mancanza di fiducia nei suoi collaboratori, che sarebbero il mio collega ed io. Praticamente non solo ci lascia allo sbaraglio, ma pretende – pur non conoscendo e non sforzandosi di conoscere la materia – di controllare minuziosamente e puntigliosamente anche le cose più banali, la routine. Il che si traduce in perdite di tempo inutili, in sovraccarico di burocrazia bizantina e in esasperazioni varie.
Del resto questo personaggio è venuto fuori da un concorso interno ampiamente “taroccato”. La sua appartenenza al sindacato lo ha agevolato, così come “collusioni” varie hanno avvantaggiato altri personaggi del medesimo concorso. Tutti i vincitori di “quel” concorso sono stati premiati con qualcosa di sostanzioso (tranne, per amore di verità, mia sorella). A costui è toccato il servizio in cui lavoriamo il mio collega ed io. E’ così che funziona qui. Se sai ingraziarti le alte sfere, puoi ambire ad una qualche gratificazione da parte dei vertici, gratificazione che si sostanzia in una responsabilità di servizio, oppure nel trasferimento nel luogo dove hai sempre voluto andare, oppure nel non far nulla se non quello che più ti garba. E chi più ne ha, più ne metta. Funziona così, qui. E, forse, funziona così un pò ovunque.
Un altro collega, anch’egli responsabile ma a più alto livello, grazie alla sua appartenenza al sindacato e la sua frequentazione assidua di un ex dirigente, a breve verrà insediato in un ruolo cardine nell’amministrazione. Questo collega, oltretutto, milita da tempo immemore nelle RSU, incurante di una logica incompatibilità tra il suo ruolo di rappresentante sindacale e il suo incarico amministrativo. Gesù Cristo disse che non si può servire due padroni. Figuriamoci due “padroni” così in antitesi come i colleghi che rappresenti in quanto sindacalista e l’amministrazione che ti ha sempre gratificato con incarichi e onori, ultimo dei quali, giustappunto, l’incarico che a breve andrai a ricoprire. A conti fatti, viste le cose come sono andate, si è perfettamente compreso quale dei due “padroni” sta più a cuore a questa persona.
Ad un altro rappresentante del medesimo sindacato ho avuto modo di dire che questa “splendida” mossa ha sputtanato (e mi scuso del termine, ma rende) non solo tutto il sindacato, ma anche tutti quei pochi ingenui superstiti che nel sindacato ancora credevano. Il collega mi ha detto che il tizio intende dare le dimissioni dal sindacato, gli ho risposto che queste dimissioni, ora come ora, non hanno alcun significato. Le dimissioni, ho continuato, avrebbe dovuto darle molto tempo fa, quando l’amministrazione gli ha proposto – e lui ha accettato, ovviamente – di ricoprire prima l’incarico di capo servizio, poi incarichi sempre più importanti.
Non commento oltre, perchè certi fatti e certe persone si commentano da soli. Rimane una profonda amarezza ed un altrettanto profondo disprezzo, pur nella consapevolezza che non possiamo essere tutti uguali nelle intenzioni e nella dignità e che le scelte di ciascuno sono e rimangono scelte personali, quelle sì insindacabili.

naufragiPurtroppo la posizione del capitano della nave da crociera Concordia, Schettino, va facendosi sempre più grave. Almeno a mio giudizio. Pare sia stato appurato che, a naufragio avvenuto, con le persone terrorizzate che tentavano di imbarcarsi sulle lance di salvataggio, Schettino abbia trovato tempo e modo di recuperare il suo pc portatile e di affidarlo ad una donna bionda (pure lei!) che, secondo gli accertamenti degli inquirenti, sarebbe un avvocato.
Questo ed altro fanno pensare che quest’uomo abbia pensato unicamente a mettere in salvo se stesso ed i suoi “segreti”. Abbia, in sostanza, pensato a pararsi da ogni evento spiacevole. Il che fa pensare che Schettino sapesse di aver fatto qualcosa di assai poco edificante.
Se questo non bastasse, bisogna aggiungere che la sedicente ballerina moldava che – probabilmente – era in plancia con Schettino, non risulta aver avuto una cabina. Dove avrebbe dormito? Molti hanno adombrato la possibilità che la moldava sia l’amante di Schettino, visto che è stata vista più volte sulla nave anche in altre crociere e che quella sera è stata immortalata proprio al tavolo del comandante. Lei, intanto, incurante della tragedia alla quale ha assistito ed incurante del fatto che la sua avrebbe potuto essere una testimonianza importante ai fini delle indagini, è già nel suo paese a rilasciare interviste e a magnificare l’eroismo di Schettino e, subito dopo, anche il suo. Si è vantata di aver salvato molte vite ed anche qui, come ho precedentemente affermato, forse un dignitoso silenzio sarebbe stato preferibile a tanta magniloquente ed esagerata difesa ad oltranza.
Ci sono troppe chiacchiere, in questa storia, chiacchiere fatte dalle persone sbagliate, da quelle che, a ben vedere, dovrebbero tacere, invece. Innanzitutto per rispetto ai morti provocati da un insana gestione dell’emergenza e dalla codardia di chi avrebbe dovuto coordinare e non fuggire.
Luci e molte, moltissime ombre, su questa storia che è, in realtà, una tragedia immane dal punto di vista umano e personale. Una parabola del nostro Paese, ha detto qualcuno, una parabola di una parte di italiani, del loro modo di essere che, un pò come questa disgraziata nave, li ha portati ad incagliarsi, con tutto il paese e con gli altri italiani, quelli “diversi”, sugli scogli delle loro responsabilità.

Non si fa che parlare del disastro della Concordia. Il capitano Schettino – con un provvedimento a mio avviso discutibile – è stato posto agli arresti domiciliari. Il giudice avrà avuto le sue buone ragioni a sostegno di questa scarcerazione, tra queste la mancanza del pericolo di fuga. Ma, si sa, un uomo al centro di una tempesta può provarle tutte pur di sottrarsi al suo destino. E Schettino – almeno stando a tutto quello che è stato pubblicato (preso con le pinze) ed alla sua reazione nel “famoso” colloquio con la capitaneria di porto di Livorno – non è davvero il prototipo del ruvido e coraggioso lupo di mare, pronto a pagare per gli sbagli commessi. Tutt’altro.
Ho trovato piuttosto fuori luogo la difesa ad oltranza della moglie di Schettino, che ha parlato di dignità. Ed i morti? Quelli deceduti a causa dell’imperizia di suo marito non hanno dignità? Un bel tacer non fu mai detto. Non c’è niente da fare: non riusciamo a stare in silenzio, non riusciamo ad apprezzarne la bellezza e – stavolta si – la dignità. Nel silenzio c’è tutto, anche quell’intelligenza di cui noi umani, spesso, siamo terribilmente carenti. Eppure non se ne profitta mai abbastanza, di stare in silenzio. E mai occasione è più propizia di una situazione così tragica ed ingiusta. Certe tragedie sono profondamente ingiuste, specialmente se dovute alla umana leggerezza.
Detesto le gogne mediatiche, perchè si fa presto a condannare un uomo e la riabilitazione – quando ce n’è bisogno – è fin troppo lenta, viceversa. Ma sono altrettanto contraria a certe prese di posizione che si fondano sulla “parentela”, più o meno diretta, che fa presupporre che chi amiamo sia sempre innocente, malgrado l’evidenza. Si può crederlo e sperarlo nel cuore, ma di fronte al dolore di altri, forse direttamente dipendente dalla sbadataggine di alcuni, meglio sarebbe tacere.

Punto

Gen 17

Stamane era freddissimo e, quando sono uscita di casa, non circolava quasi nessuno. Il cielo, però, è stato sereno per tutta la giornata. Le giornate si stanno lentamente allungando e per me che amo la luce non può che essere un bene. La sera continuo a soffrire di un malessere insidioso e sottile molto vicino alla depressione, causato dal declinare della luce e dall’avanzare delle tenebre. Alle volte il panico è dietro l’angolo, lo avverto chiaramente, ed è faticoso cercare di non cedere.
Ultimamente, poi, è ancora più difficile tenere ben saldo il timone della mia vita, di ciò che sono. Perchè sono alle prese con quello che ho sempre chiamato “gioco”, ma che è ben più serio di un innocuo passatempo da fanciullo. Ciascuno di noi, prima o poi, si trova “invischiato” in un gioco. Una sorta di spettacolo, di teatrino, che si inscena nei rapporti interpersonali. Soprattutto nei rapporti familiari, ritengo. Personalmente è un “gioco” di cui sono stanca. Mi fa male sia prestarmi che sottrarmi a questo gioco e, mi vien da pensare, chi questo “gioco” lo ha posto in essere, più o meno consapevolmente lo sa bene. Sono io che devo, dunque, smettere. Nessun altro. E’ difficile e doloroso, è inutile che me lo nasconda. Lo vivo ogni giorno. Vivo ogni giorno la difficoltà e il dolore. Credo che crescere “spiritualmente” sia anche questo. Che “anche questo” faccia parte dell’allenamento. Non me ne lamento, ma sono stanca. Davvero. In fondo sono un essere umano e, per questo, assai limitata ed anche molto bisognosa di aiuto e conforto, che non può e non deve essere quello del mio carissimo Dioniso, ovviamente.
Sono cosciente che devo assolutamente – per me stessa innanzi tutto – risolvere la situazione. Le spiegazioni, altra cosa di cui sono perfettamente consapevole, non penso servano a molto. Ce ne sono state, in passato, e non sono servite. Ho sempre pensato che chi è più intelligente ha una grande responsabilità: quella di capire e di cambiare.
Solo che, in questo momento, vorrei essere davvero stupida… meno sensibile, più ottusa. E vorrei pensare e sentire molto meno di quanto faccio attualmente. Ma niente è troppo facile, in questa vita.

Non bisognerebbe affliggersi per ciò che
è stato ed è senza rimedio.
*Shakespeare*

Questo fine settimana è stato funestato dalla notizia del naufragio di una nave da crociera, la “Concordia”, che faceva parte del gruppo Costa Crociere. Un naufragio che ha ricordato la tragedia del Titanic a cento anni di distanza (allora si era nel 1912). Questa domenica è stato detto che i morti sono saliti da tre a cinque. Due anziani sono stati ritrovati poco tempo fa dai sommozzatori.
Adesso l’attenzione di tutti – profani e professionisti – è concentrata sul comandante della “Concordia” e sui “trascorsi” sfortunati di questa bella nave da crociera, che già al momento del varo, nel 2005, non era stata fortunata: la bottiglia che solitamente si lancia sulla chiglia della nave non si è infranta come ci si aspettava. Gli scaramantici, ovviamente, hanno fatto discendere da questa malaugurata mancanza tutta una serie di episodi infausti. Ma è facile parlare a posteriori o “caparsi” gli eventi per giustificare le proprie tesi.
Il comandante della “Concordia” pare sia sbarcato prima di accertarsi che i passeggeri (più di 4.000 persone) fossero messi in salvo. L’allarme è stato lanciato un’ora dopo che la nave si era incagliata, strappandolo, su uno scoglio. La rotta era stata deviata e non si sa per quale motivo (errore umano? Avaria?). Certo che tutta una serie di sconcertanti eventi ha contribuito e congiurato a quella che assume sempre più i contorni di una tragedia che poteva essere evitata. Ieri sera il comandante è apparso in televisione, in un’intervista a ridosso dell’emozione e del turbamento provocato da questa tragedia. Ha parlato di uno scoglio non segnalato dalle carte nautiche; ha affermato di aver lasciato la nave per ultimo, forse non sapendo che c’era qualcuno che poteva testimoniare il contrario. Ora l’uomo è stato arrestato e dovrà rispondere agli inquirenti su diversi lati oscuri del suo comportamento, non ultimo le cause di un clamoroso errore di rotta che ha provocato un disastro che non avrebbe dovuto essere.
Emettere giudizi è un’operazione facile e sorprendentemente comune e trasversale. Ognuno avrà la sua risposta, ovviamente, la sua tesi, la sua testimonianza. Ho visto giornalisti-naufraghi che si sono presentati alle interviste muniti di giubotto di salvataggio e mi son chiesta: “Era proprio necessario?”. Mia nonna (quella napoletana) soleva dire che dove ci sono troppi galli a cantare non si fa mai giorno. E se si tratta di galli-giornalisti, si può star certi che prolifereranno le ipotesi e le cosiddette “verità”.
Niente di tutto questo fa bene alla verità, quella incontrovertibile. Genera solo confusione e smarrimento. Ma tant’è, siamo fatti così, noi italiani, e non ci sforziamo di cambiare. Magari un contegnoso silenzio, attendere che si faccia chiarezza su ogni aspetto della tragedia, sarebbe un atteggiamento più maturo, più adulto. Mi vien da pensare, però, che non siamo ancora un popolo adulto, che ancora tanto rimane da fare.
Ho sempre pensato che, in alcuni frangenti, il silenzio sia l’espressione più alta della maturità di una persona. Il saper tacere.

Radici

Gen 14

nostalgiaE’ incredibile come i ricordi si inneschino a partire da piccoli, insignificanti particolari. Vengono giù a valanga, come se si srotolasse un enorme album di fotografie in bianco e nero. E molti ricordi sono in bianco e nero, come i vecchi film, quelli di Frank Capra, quelli di De Sica padre, quando era giovane. I film di Totò e Peppino, indimenticabili… Ecco i ricordi, a volte, mi si srotolano come la bobina di un film d’annata. A volte quasi casualmente, partendo da una parola, da un’immagine. Da una città.
Oggi, a casa dei miei, stavo vedendo in televisione un servizio su Napoli e l’album si è aperto, improvvisamente. I miei nonni paterni erano napoletani. Mia nonna continuava a parlare in dialetto malgrado fossero oramai decenni che viveva a Roma. Da piccola ho vissuto tra la storia di Napoli e quella di Roma. Le canzoni degli autori napoletani di un tempo, i vecchi spartiti di mio nonno (che si dilettava a suonare il violino), i racconti di vita di mia nonna, attraverso i quali sentivo i profumi di quella città, i rumori, i richiami… C’è una vena di napoletanità nella mia anima. Insospettatamente forte. Quasi quanto la vena capitolina.
Numerose radici si intrecciano nel mio vissuto, nella mia anima, e le vado riscoprendo giorno per giorno. E’ sorprendente, davvero. E’ come se, paradossalmente, rivivessi nelle note di una canzone di Murolo, nel sorriso malinconico di Totò oppure nell’intercalare così particolare di Napoli. Fa parte del mio vissuto. E’ difficile da spiegare, perchè è una sensazione impalpabile come l’aria.
Così questo pomeriggio, tornando a casa, me ne stavo assorta nei miei pensieri e nei miei ricordi. E con i ricordi di una parte delle mie origini napoletane, andavano ad intrecciarsi i ricordi della mia “romanità”. Sono nata e cresciuta in uno dei quartieri popolari di Roma, quello dove vivono ancora i miei genitori. Lì ho fatto tutte le scuole, lì ho frequentato la parrocchia, ho avuto la prima comitiva, ho fatto il primo lavoretto per pagarmi l’università. C’è un pezzo di me anche lì, nelle strade del quartiere in cui sono nata, oggi uno dei quartieri più “gettonati”, più “trendy”, più alla moda di Roma.
Così non riuscivo a parlare, stasera, solo a ricordare. E le facce, le parole, i dialetti, i pezzi di vita si succedevano, nella mia testa, come un film che assorbiva la mia attenzione. I ricordi son terminati quando siamo passati davanti al negozio dove, un tempo, lavoravo come cassiera. Oggi, al posto del negozio di alimentari c’è un locale, una sorta di bar-pizzeria, dal nome pretenzioso di “Antica Taverna”, che di antico ha ben poco.
Panta rei, diceva il saggio Eraclito.
Tutto scorre.
Tutto passa.

A leggere i giornali vien voglia di mollare tutto e andarsene. Oppure vien voglia di armarsi di machete e cominciare a fare un pò di “pulizia”. Siccome tutti noi siamo, in fondo, un pò vigliacchi e un pò responsabili restiamo là dove siamo; e siccome, alla fin fine, abbiamo un buon controllo di noi stessi e siamo anche piuttosto onesti e buoni, evitiamo di fare i Rambo della situazione e di accumulare sulle nostre teste le teste dei malcapitati, tutt’altro che innocenti, che popolano i nostri incubi quotidiani.
No, leggere i quotidiani non fa proprio un gran bene. C’è la notizia del calciatore ventenne rapinatore di benzinai per diletto, per esempio. Come se i calciatori venissero sottopagati al pari di un poveraccio di extracomunitario o di un operaio qualunque. Forse, annoiato da fare sempre lo stesso mestiere, il giovane idiota ha pensato di cimentarsi in un secondo lavoro, così, tanto per movimentarsi la vita e il portafoglio. C’è il giovane pescarese, studente alla soglia della laurea, sparito durante un’innocua corsa nel parco e ritrovato, cadavere, a ben trecento chilometri di distanza. Suicidio? Istigazione al suicidio? Omicidio? Chi lo sa… Difficile capirlo. Ci sono i bambini travolti dalle madri proprie o dei loro compagni di classe, uccisi sotto le ruote di quelle automobili che li portano a scuola. Troppi bambini. Troppa disattenzione da parte di adulti che, forse, non sono ancora così cresciuti da poter guidare in sicurezza un suv, una di quelle macchine enormi che – mi vien da pensare – somiglia molto ad un aereo versione ridotta e che, pertanto, avrebbe bisogno del copilota. Ci sono i soliti ubriachi (di varia età e nazionalità) che s’improvvisano serial killer della domenica, piombando su anziani o famiglie che traversano sulle strisce, falciandoli come si falcia il grano maturo. Ci sono quelli che vanno in giro armati, che sia di un taglierino o una pistola, cercando un’occasione per poter usare l’arma di cui si sono dotati…
Leggere i giornali rende rabbiosi, nervosi, incazzati a ruota. Forse è un procedimento indotto. Certe cose, in fondo, son sempre successe, solo che se ne parlava di meno. Ora non è che se ne parla di più, se ne parla in certi momenti piuttosto che in altri. Oppure ci sono certi giornali che si fanno uccelli del malaugurio, snocciolando elenchi di omicidi o suicidi con la stessa facilità con la quale una vecchietta, in chiesa, snocciola il rosario. A volte le notizie vengono pubblicate e concentrate per ottenere un determinato scopo. Magari proprio per far sentire la gente meno sicura, bisognosa di una guida, di un “pater familias” che la prende per mano e la protegge da questo “mondo crudele”.
Siamo noi a rendere crudele il mondo, con le intenzioni e le azioni. E siamo sempre noi che ci serviamo di certe cose per manipolare e controllare la vita degli altri. Perchè il potere è una tentazione alla quale pochi sanno resistere. Il potere sugli altri è, poi, il potere dei poteri. E non v’è manifestazione più palese di potere in assoluto che quella di dirigere l’altrui vita, gli altrui sentimenti e le altrui percezioni in un modo o nell’altro.
Quando mi capita di vedere una tale concentrazione di notizie negative (ed anche la notizia della tragica rapina di Roma dietro la quale, con tutta probabilità, non c’è quel razzismo tanto deprecato da tutti perchè va di moda deprecarlo, quanto piuttosto un episodio di mafia cinese) mi chiedo sempre cos’è che si vuole, in realtà, nascondere dietro questi episodi. O, meglio, cosa si vuole ottenere, bombardando le coscienze con queste informazioni.
Basta non leggere i giornali per qualche tempo. Staccare la spina, evitare di farsi trascinare nei gorghi della paura, del razzismo, della violenza per comprendere che non è sempre oro quello che luccica e che molto spesso le notizie che leggiamo non sono che sottili suggerimenti per un atteggiamento o un sentimento che si vuole che noi poniamo in essere.
Molti, purtroppo, hanno perso l’abitudine di utilizzare criticamente il cervello e questo fa buon gioco a “certa” gente, a coloro che mirano a condizionare le reazioni di massa.
Mi sforzo sempre di leggere con distacco le news on line e quando mi rendo conto che sto perdendo in obiettività, lascio perdere per un pò. Mi dedico a qualche libro, a qualche ricerca e tutto ritorna in equilibrio.
Il mondo non è solo una sorta di terrificante luna park della violenza inconsulta e irrazionale. E chi fa di tutto per farcelo credere non ha certamente intenzioni benevole come vorrebbe dare ad intendere. A qualcuno fa comodo che vaghiamo in queste “lande desolate” in preda ad una cupa e irrecuperabile depressione… Perchè siamo più deboli, più influenzabili, più bisognosi di guida e di facili e comode soluzioni.
La verità non è comoda.

Vorrei stupirmi. Nel senso che vorrei che gli umani mi sorprendessero e, invece, sono sempre uguali a loro stessi. Ripetizioni di ripetizioni. Prevedibili fino alla nausea. E questo vale sia nel generale che nel particolare. Non un guizzo di fantasia, di orgoglio, di diversità. Persino coloro che della diversità ne fanno una bandiera, alla fine sono banali quanto gli altri. Prevedibili quanto gli altri.
I ladri continuano a rubare. Gli assassini continuano ad uccidere. Gli imbecilli continuano a fare gli imbecilli. Le brave persone sono sempre brave persone. E’ come se ci fosse stato un sostanziale appiattimento in ogni campo del vivere. Come se ci si fosse adagiati sul “ruolo” che siamo stati chiamati a ricoprire in questo spazio temporale. Non ci sono sorprese né meraviglia. Ed è brutto che non ci siano. “Chi si stupisce regnerà”, viene affermato nei Vangeli apocrifi, dove il termine “apocrifo” sta per nascosto e non per “proibito”, come certuni hanno lasciato intendere che fosse.
Non so se è l’età, forse si, ma non riesco nemmeno più a infastidirmi ed arrabbiarmi per certi comportamenti, per certi atteggiamenti. Me li aspetto, non smentiscono quello che, fondamentalmente, penso delle persone e questo mi amareggia. Ecco perchè tutto ‘sto pistolotto sulla mancanza di fantasia del genere umano.
Ieri guardavo perplessa delle foto, su un giornale in internet, che ritraevano un gruppo di individui nelle metropolitane di alcuni paesi, tutti rigorosamente in mutande (o senza pantaloni/gonna che dir si voglia). Onestamente non comprendo il fine di questa trovata: stupire? Scandalizzare? Protestare? Non mi sembra che ci si stupisca più di tanto, oramai, piuttosto vien da pensare a che punto di massificazione dell’idiozia siamo arrivati, questo si. Basta che il primo cretino si alzi e dica: ragazzi, tutti a spalar neve con la lingua! E subito un manipolo di “entusiasti” e rimbambiti umani si getta, ventre a terra, a eseguire gli “ordini”.
Forse sto invecchiando, per questo non riesco a trovare un senso a certe cose. O non riesco ad apprezzare le cose senza senso, chissà…

Epifania. Il 2012 sembra preannunciarsi come un anno estremamente dimesso, triste, oscuro. Un anno di crisi morale e materiale. Sono molti gli episodi di violenza, per esempio, che si stanno succedendo qui a Roma. L’ultimo, in ordine di tempo, è accaduto un paio di giorni fa ai danni di una famiglia cinese che gestiva un bar nella zona di Torpignattara. Padre e figlia di pochi mesi sono stati uccisi da due balordi durante una rapina finita in tragedia. Forse si trattava di drogati, ma con i forse non si sta sicuri, non si fa altro che aumentare la paura. E la paura serpeggia, invisibile e velenosa, nelle vie della città.
Non ci sentiamo sicuri, c’è poco da dire. Ci sentiamo precari ballerini su un filo teso sul nulla, sul baratro. Per salvare chi ha creato questa spaventosa situazione economica – le banche – si sta sacrificando una parte della società, la parte più debole e più fragile, naturalmente. C’è quasi un suicidio al giorno, oramai. Vite private della dignità e della speranza. Il peccato più grande di cui certuni – me lo auguro fortemente – saranno chiamati a rispondere. Le sperequazioni sociali si fanno sempre più forti: una forbice che allarga inesorabilmente le sue lame. E quelli che, a Cortina, protestano per la presenza della Finanza, mi fan solo rabbia: tutta gente che, finora, ha campato fregando il prossimo, frodando il fisco e vantandosi di essere i “furbetti del quartierino”. Gente che dichiarava 30.000 euro di guadagni l’anno ma girava con macchine di lusso, le cambiava con il ritmo con il quale altri cambiavano, magari, la maglia. Gente che aveva yacht, che mandava i suoi pargoli a scuole superlussuose che esigevano rette astronomiche. Ed hanno avuto pure il coraggio di protestare… Che arroganza becera! Certa gente mi fa schifo. Senza mezzi termini. E’ anche per colpa loro che siamo ridotti tutti nella situazione in cui siamo. Per colpa di costoro, abituati a far pagare ad altri i costi della loro lussuosa esistenza.
Per non parlare di quei politici che, malgrado il periodo devastante che stiamo attraversando, malgrado le morti per suicidio, malgrado la serpeggiante disperazione, se ne vanno a far le vacanze invernali alle Maldive. Rutelli per primo, il quale ha candidamente affermato che si trattava del viaggio di nozze che non aveva mai fatto. Forse, penso, non era proprio questo il momento opportuno per farlo. Dai politici si aspetta (forse) un esempio, un’indicazione di sobrietà. Un cenno di compartecipazione alle perdite e non solo e sempre agli “utili”. E invece… E invece eccoti le foto dei soli inutili idioti che sorridono da spiagge e luoghi esotici che altri non possono né potranno mai permettersi. C’è chi non può farsi nemmeno una vacanza a trenta chilometri da casa, figurarsi alle Maldive!
Tutta questa situazione, questa vita malsana popolata da gente altrettanto malsana, mi disgusta profondamente. Certi umani mi disgustano profondamente. In questi frangenti si svela sia la profonda bellezza dell’animo umano che la sconcertante, altrettanto profonda e sconvolgente bassezza. Invece di darci una mano l’un l’altro, visto che siamo tutti in un identico pentolone, eccoci tutti lì a tramare, sabotare, profittare, affossare. La “salvezza” non è uno status che si può conquistare singolarmente, ma, piuttosto – almeno per quel che penso io – un bene che può essere raggiunto solo lavorando tutti insieme. Collaborando. Temo, però, che questo verbo sia assente da molti vocabolari. Soprattutto dai vocabolari di certi politici e di certi “furbetti del quartierino”, ma anche da quelli di insospettabili aspiranti ricchi, che pensano di far fortuna nella altrui disgrazia. O, peggio ancora, sulla altrui disgrazia.
Le risate di certi sciacalli la notte del terremoto dell’Aquila rimarrano emblematiche nella storia di questo devastato e disgraziato Paese, dove sembra difficile persino riuscire a recuperare quell’umanità della quale ci si faceva vanto in tempi che sembrano così lontani quanto lontana è l’Arca di Noè.